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Federazione Ginnastica
d'Italia

Data pubblicazione

19 ottobre 2026

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Ci sono finali che arrivano al primo tentativo e altre che bisogna inseguire, aspettare, costruire un esercizio alla volta. Quella mondiale alla sbarra, per Yumin Abbadini, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il ginnasta dell’Aeronautica Militare, cresciuto sotto la guida di Alberto Busnari all’Accademia di via Ovada a Milano, ha finalmente conquistato un posto tra gli otto migliori specialisti del pianeta, qualificandosi con l’ottavo punteggio (14.166) ai Campionati del Mondo di Rotterdam. E non è tutto, perché il venticinquenne azzurro sarà protagonista anche della finale del concorso generale individuale, alla quale accede dalla tredicesima posizione (81.065).

Due appuntamenti importanti, due sfide differenti. Da una parte la completezza tecnica di un ginnasta capace di competere sui sei attrezzi, dall’altra la specialità del cuore, quella sulla quale ha deciso di investire maggiormente, aumentando il valore di partenza (5.9) e introducendo un elemento spettacolare e complesso come il Pegan.

Il cammino verso questa prima finale mondiale alla sbarra, però, non è stato privo di occasioni mancate. «Sono stato prima riserva ad Anversa, nel 2023, e anche alle Olimpiadi di Parigi. In quelle due occasioni, sinceramente, non me lo aspettavo neanche troppo: già arrivare nono era stato un risultato inaspettato. Però oggi posso dire che mi sarebbe piaciuto molto entrare in finale e il fatto di esserci finalmente riuscito mi dà tanta soddisfazione. Dopo quelle occasioni in cui non ero riuscito a qualificarmi, questa è davvero una bella sensazione».

La sbarra è un attrezzo che sembra interpretare perfettamente le caratteristiche di Abbadini: dinamismo, coraggio, sensibilità tecnica e capacità di orientamento nello spazio. Ma soprattutto è una specialità sulla quale Yumin intravede ancora margini importanti. «Probabilmente è l’attrezzo che mi piace di più, anche perché so di poter fare ancora meglio. Credo di poter arrivare a proporre un esercizio con una difficoltà superiore e quindi di avere la possibilità di incrementare ulteriormente il mio livello. Mi piacerebbe puntare tanto sulla sbarra, pur continuando naturalmente a lavorare sul concorso generale. Anche al cavallo con maniglie, per esempio, ho un buon esercizio, anche se non ancora al livello di quello della sbarra».

Quando si parla dei suoi riferimenti, lo sguardo si allarga ai grandi interpreti internazionali della specialità, di ieri e di oggi. «Ce ne sono tantissimi. In questo momento considero il giapponese Maeda Fusuke uno dei più forti, anche se purtroppo ha commesso un errore in qualifica. Poi c’è Tang Chia-Hung di Taipei, secondo provvisorio con 14.566 e sicuramente uno dei migliori, e il colombiano Angel Barajas. Sono due ginnasti di grandissimo livello, che ritroverò in finale insieme ai giapponesi Shohei Kawakami e Shinnosuke Oka, l’australiano Jesse Moore, il russo Sergei Naidin e il colombiano Camilo Vera. Non vedo l’ora di confrontarmi con loro».

Tra i modelli del passato affiora anche quello di Igor Cassina, campione olimpico ad Atene 2004, una figura che Abbadini ha avuto l’opportunità di incontrare quando era ancora giovanissimo. «Sì, ero molto piccolo, ma ho avuto occasione di conoscerlo. Intorno al 2010 avevo iniziato ad andare ad allenarmi a Milano qualche giorno alla settimana e frequentavo Meda. Lì ogni tanto vedevo Igor. Sicuramente è stato una fonte di ispirazione».

La qualificazione alla finale olandese porta anche la firma di “Abe” Busnari, quattro partecipazioni olimpiche da ginnasta e oggi guida tecnica di Yumin. Il rapporto tra i due va ben oltre la preparazione quotidiana: è un confronto continuo, fatto di scelte condivise, sperimentazione e fiducia reciproca. Proprio da un’intuizione dell’ex azzurro è nata la decisione di introdurre nell’esercizio alla sbarra il Pegan, elemento di grande difficoltà che ha consentito a Yumin di alzare l’asticella della propria routine. «Tutto è cominciato dopo la DTB Pokal di quest’anno, quando avevamo visto due americani eseguire questo elemento. Alberto ha valutato la situazione e mi ha proposto di provare a lavorarci. Tornati dalla trasferta di Stoccarda, ci siamo messi subito all’opera. Un paio di settimane dopo c’era una tappa di Serie A e sono riuscito a provarlo in gara. Non era ancora perfetto, l’ho fatto un po’ lanciato, però sono riuscito a completarlo. Da lì abbiamo continuato a lavorarci».

Un percorso graduale, senza forzature, che ha portato alla scelta decisiva proprio in occasione della rassegna iridata. «Per gli Europei era ancora troppo presto. Non avevo avuto abbastanza occasioni per provarlo e, soprattutto nella prima gara, abbiamo preferito non rischiare. Poi non c’è stata l’opportunità di riproporlo. Per questo Mondiale, invece, abbiamo valutato che fosse necessario tentare. Con una concorrenza così forte, se volevamo provare a entrare in finale, dovevamo aumentare la difficoltà dell’esercizio e prenderci qualche rischio. Eravamo entrambi d’accordo, abbiamo lavorato su questa soluzione e alla fine è andata bene. Sono contento».

Ma che cosa significa, tecnicamente, eseguire un Pegan? «Sostanzialmente è un Kovacs al contrario. Si parte dal dorso, con le classiche gran volte di caricamento, poi si staccano le mani quando si è quasi sulla verticale, si esegue un salto avanti con mezzo giro e si riprende la sbarra». Un elemento che si inserisce in una sequenza particolarmente impegnativa, nella quale trovano posto anche il Cassina e il Kolman, prima dell’uscita con il doppio teso e due avvitamenti. E quando arriva il momento di salire sull’attrezzo, Yumin conserva una piccola abitudine consolidata negli anni: farsi sollevare dal proprio tecnico. «Ho sempre avuto l’allenatore che mi aiuta a salire sulla sbarra. È un’abitudine, mi sono sempre trovato bene così e non è mai stato un problema».

Anche l’ordine di salita, nella finale a otto, non rappresenta una particolare preoccupazione. Abbadini alzerà il braccio per sesto «Tendenzialmente preferirei andare subito. Il mio esercizio è quello, non ho la possibilità di tagliarlo o di fare particolari aggiustamenti in base a quanto succede prima. Quindi preferirei salire, fare il mio lavoro e togliermi subito il pensiero. Però alla fine è abbastanza indifferente».

Prima dell’appuntamento conclusivo alla sbarra, l’aviere bergamasco dovrà affrontare la finale del concorso generale. Una dimensione nella quale l’azzurro ha già dimostrato il proprio valore, conquistando anche un bronzo europeo e maturando esperienze importanti tra Mondiali e Giochi Olimpici. A Rotterdam ripartirà dal tredicesimo punteggio ottenuto in qualifica, aprendo il giro del suo gruppo dal volteggio, con la consapevolezza che i margini per migliorare non mancano. «Ad Anversa, nel 2023, avevo concluso al sesto posto. Mi piacerebbe replicare o migliorare quel risultato, anche se oggi la situazione è diversa. Allora c’era un altro Codice dei Punteggi e i valori non erano gli stessi di adesso. Secondo me oggi è più difficile raggiungere quel piazzamento. Una top ten, però, credo sia fattibile».

L’analisi della qualificazione è lucida, attrezzo per attrezzo. Non servono rivoluzioni, piuttosto piccoli aggiustamenti. «Agli anelli penso di poter fare qualcosa di meglio, recuperando qualche decimo. Al volteggio, in qualificazione, ho eseguito due avvitamenti, ma in allenamento ho lavorato anche sul due e mezzo. Mi piacerebbe riuscire a presentarli in finale, perché potrebbero portarmi qualche decimo in più e sarebbero punti importanti. Anche alle parallele, soprattutto nella parte finale dell’esercizio, tra il dietrofront e l’uscita, ho lasciato qualcosa. Per il resto, credo che la gara di ammissione sia stata abbastanza vicina alle mie possibilità».

A osservare oggi Abbadini, rispetto al ragazzo che si affacciava alle prime grandi competizioni internazionali, si nota un cambiamento. Non soltanto nella costruzione degli esercizi, ma anche nell’atteggiamento, nella sicurezza e nella capacità di gestire la pressione. Lo sguardo è più deciso, la postura più consapevole, il linguaggio del corpo quello di un atleta che ha imparato a sentirsi a proprio agio anche sui palcoscenici più importanti. «Ho avuto diverse esperienze di questo livello (quattro mondiali e una olimpica) e sicuramente mi hanno aiutato a crescere. Ho imparato molto anche dal punto di vista del modo di affrontare una gara, ad avere maggiori sicurezze e più certezze quando mi trovo sul campo gara. Credo sia un percorso naturale e sono contento di essere cresciuto anche sotto questo aspetto».

Una crescita alla quale ha contribuito in maniera determinante l’esperienza di Busnari, un maestro che conosce bene le emozioni e le difficoltà della ginnastica di alto livello. «Alberto mi dà sicuramente una grande mano. Non è semplice affrontare determinate situazioni, ma avere accanto qualcuno che le ha vissute in prima persona, per tanti anni e tante volte, rappresenta qualcosa in più. Io cerco di ascoltare i suoi consigli e di applicarli». Accanto alla figura dell’allenatore c’è poi il sostegno dell’Aeronautica Militare, il gruppo sportivo del quale fa parte. «L’Aeronautica è come una grande famiglia. Segue me e tutti gli altri atleti, ci sostiene sempre e ci fa sentire la propria vicinanza in tutte le competizioni». E se un giorno gli proponessero di provare l’emozione di un volo su un jet militare? «Non mi è mai capitato, ma sarebbe una bella esperienza. Perché no?». Per il futuro più lontano, invece, nessun programma particolare. Almeno per il momento. «Adesso cerco di pensare alla ginnastica».

C’è infine un altro ruolo che Yumin sta cominciando a interpretare all’interno della Nazionale: quello del ginnasta esperto, capace di accompagnare la crescita di una squadra che sta attraversando un importante ricambio generazionale. Il nono posto conquistato dall’Italia nel Q1 di Rotterdam ha lasciato un pizzico di rammarico per una finale a squadre sfuggita di misura, ma anche indicazioni incoraggianti sulle prospettive del gruppo. Con Macchiati tornato a confrontarsi con una competizione mondiale dopo un lungo intervallo, Targhetta protagonista di un’ottima qualificazione al cavallo con maniglie e gli esordienti Vannucchi e Speranza, la Nazionale ha mostrato risorse sulle quali costruire il prossimo percorso verso Los Angeles. «Secondo me ci sono ottime prospettive. Mario veniva da un periodo abbastanza lungo senza affrontare una competizione di questo livello. Gabriele è molto giovane ed è stato bravissimo: quello che doveva fare lo ha fatto. Anche Niccolò e Simone erano alla loro prima esperienza mondiale e sono stati molto bravi. Credo che ci siano tutte le possibilità per continuare a crescere».

E proprio ai più giovani, pensando alle emozioni e alle difficoltà vissute in prima persona agli inizi della carriera internazionale, Abbadini rivolge un consiglio semplice. «Direi loro di continuare a lavorare così e di prendere i piccoli sbagli e le imprecisioni che ci sono state come esperienze dalle quali imparare, come aspetti sui quali lavorare in vista delle prossime occasioni. Sono convinto che si possa crescere ancora». Un concetto che richiama una delle massime più celebri di Jannik Sinner: non si perde, si impara. Yumin sorride e condivide. «Esatto, esatto».

Ma prima di guardare troppo lontano, ci sono due finali mondiali da affrontare. Il concorso generale, per misurare la propria completezza sui sei attrezzi, e soprattutto quella sbarra che lo attende domenica 25 ottobre, nell’ultima giornata dei Mondiali di Rotterdam. Un appuntamento che Yumin ha rincorso per anni, e che ora si vuole gustare fino in fondo!

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