Data pubblicazione
20 ottobre 2026
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Rotterdam– Maria Cocuzza, quarant’anni dopo: da ginnasta azzurra a giudice mondiale. «Un’emozione pazzesca tornare dove tutto è cominciato»
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Ci sono luoghi che, nella carriera di uno sportivo, custodiscono qualcosa di speciale. Luoghi nei quali il tempo sembra fermarsi, anche quando tutto intorno è cambiato. Per Maria Cocuzza, Rotterdam è uno di questi. Nel 1987, quando i Campionati del Mondo di ginnastica artistica arrivarono per la prima volta nella città olandese, lei era una giovanissima azzurra di appena quattordici anni. Oggi, a quasi quattro decenni di distanza, è tornata nella stessa città, non più con il body della Nazionale ma con la responsabilità di giudicare le migliori ginnaste del pianeta.
Una storia nella storia di questi Mondiali 2026, i terzi ospitati a Rotterdam dopo le edizioni del 1987 (24ª) e 2010 (42ª). Una coincidenza che abbiamo già raccontato attraverso i ricordi di Enrico Pozzo, protagonista della rassegna di sedici anni fa da atleta e oggi nuovamente presente, nelle vesti di tecnico della squadra femminile. Per Cocuzza, però, il salto indietro è ancora più lungo. E il ritorno assume il sapore di un piccolo viaggio nella memoria della ginnastica italiana.
«È un’emozione pazzesca – racconta Maria –. Quando sono arrivata ho cercato di ricordare i luoghi di allora. Il palazzetto, naturalmente, non è lo stesso. Mi è tornata in mente la strada dove si trovava il nostro albergo, ma per il resto è passato davvero tanto tempo». Eppure i nomi delle compagne di squadra sono rimasti impressi nella memoria. «C’erano Rossana Venegoni, Giulia Volpi, Patrizia Luconi, Barbara Righetto, Floriana Zanetti, io e Selene Celotto come riserva. Ricordo anche la squadra maschile, con Vittorio Allievi, Gabriele Sala, Jury Chechi, Paolo Bucci, Boris Preti e Riccardo Trapella. Una squadrona!».
All’epoca le regole sull’età erano profondamente diverse da quelle attuali. Cocuzza aveva soltanto 14 anni e poteva già confrontarsi con le grandi protagoniste della ginnastica mondiale. Rotterdam 1987 era inoltre un appuntamento fondamentale nel percorso di qualificazione ai Giochi Olimpici di Seul 1988. «Noi arrivammo quattordicesime e non riuscimmo a qualificarci come squadra per le Olimpiadi. Andarono poi due individualiste, tra cui la sottoscritta. Per quanto riguarda il Mondiale, Patrizia e Giulia riuscirono a entrare nella finale all-around, che allora era a 36 ginnaste, non a 24 come oggi. Le finali di specialità erano davvero difficilissime da raggiungere».
Da quella giovanissima esperienza internazionale è cominciato un percorso che ha accompagnato Maria Cocuzza attraverso generazioni di ginnaste, trasformazioni regolamentari e responsabilità sempre maggiori. Oggi fa parte del Comitato Tecnico di ginnastica artistica femminile di European Gymnastics e, in questa rassegna iridata, è stata convocata da World Gymnastics come giudice internazionale, impegnata nel pannello D, quello che valuta il valore di difficoltà degli esercizi, alla trave.
Proprio durante una riunione della giuria è accaduto un episodio che ha reso ancora più particolare il suo ritorno nei Paesi Bassi. «Ci hanno chiesto chi fosse già stato a Rotterdam per i Mondiali del 2010. Molti hanno alzato la mano, perché diversi colleghi erano già in giuria allora. Io no, perché il mio primo Mondiale da giudice è stato nel 2014. Poi qualcuno ha ricordato che qui si erano disputati anche i Mondiali del 1987. Hanno chiesto se ci fosse qualcuno presente anche in quell’occasione. Ho alzato la mano soltanto io. È stato davvero bello ritrovarmi qui dopo quasi quarant’anni». Un piccolo primato personale, ma soprattutto la testimonianza di quanto possa essere lunga e ricca di trasformazioni una vita dedicata alla ginnastica.
Il confronto tra il 1987 e il 2026 è inevitabile. Quarant’anni durante i quali l’artistica femminile ha vissuto una trasformazione radicale, tanto negli attrezzi quanto nella costruzione degli esercizi, nei coefficienti di difficoltà e nella preparazione delle atlete. «La ginnastica è cambiata completamente. Forse soltanto la trave è rimasta abbastanza simile a quella di allora. Per il resto, dal corpo libero al volteggio, fino alle parallele asimmetriche, siamo davvero su un altro pianeta. È cambiata l’attrezzatura, ma soprattutto sono aumentate enormemente le difficoltà. Anche le dimensioni dell’impianto e l’organizzazione dell’evento sono completamente diverse. È tutto molto più grande».
Un’evoluzione che non riguarda soltanto le ginnaste. Anche il lavoro delle giurie sta attraversando una fase di profonda innovazione, con l’introduzione di strumenti tecnologici sempre più sofisticati a supporto della valutazione. Cocuzza, proprio per il ruolo ricoperto nel pannello D, ha potuto sperimentare direttamente il sistema Fujitsu, sviluppato per assistere i giudici nel riconoscimento degli elementi tecnici e nell’analisi degli esercizi. «L’ho potuto utilizzare, è vero, e devo dire che è un aiuto fantastico. Non è ancora perfettamente pronto su tutti gli attrezzi, ma siamo davvero a un livello molto avanzato. Alla trave è quasi al cento per cento, alle parallele siamo molto vicini. Per la giuria D è un supporto meraviglioso».
C’è poi un altro motivo di soddisfazione in questo ritorno a Rotterdam. Pur essendo impegnata in una funzione imparziale per definizione, nella quale terzietà e indipendenza di giudizio sono imprescindibili, Maria conserva naturalmente il legame affettivo con la ginnastica italiana. E la prestazione delle Fate nelle qualifiche di domenica, con la conquista dell’accesso alla finale a otto del concorso a squadre, le ha lasciato sensazioni decisamente positive. «Sono state veramente molto, molto brave. Hanno fatto molto meglio rispetto alla prova podio. Quando avevo visto le squadre in allenamento non avrei saputo dire quali sarebbero entrate nelle prime otto. C’erano stati tanti errori, ma anche tante cose buone. La Gran Bretagna, per esempio, aveva fatto molto bene e poi in gara è rimasta fuori. Le nostre ginnaste, invece, sono cresciute tantissimo rispetto al podium training».
Un giudizio che premia soprattutto l’atteggiamento complessivo della formazione guidata dal direttore tecnico nazionale Enrico Casella, coadiuvato a bordo pedana da Camilla Ugolini, Marco Campodonico ed Enrico Pozzo
«Manila, Elisa, Sofia, Giulia e July sono state solide, compatte, e il risultato lo ha dimostrato». Infine, il consiglio dell’ex ginnasta, soprattutto alle più giovani che si preparano a tornare in pedana per giocarsi un piazzamento nell’élite del pianeta dei grandi attrezzi. «Devono stare tranquille e fare quello che hanno fatto in qualifica. Se riusciranno a ripetere quella prestazione, andrà bene».
Parole semplici, pronunciate da chi conosce l’artistica femminile da entrambe le parti del tavolo: quella dell’atleta che affronta l’attrezzo e quella del giudice chiamato a valutarne ogni dettaglio.
