Logo FGI
Federazione Ginnastica
d'Italia

Data pubblicazione

17 ottobre 2026

Categorie

News

img-title

Sedici anni dopo, Enrico Pozzo torna a Rotterdam per un Campionato del Mondo di ginnastica artistica. Nel 2010 indossava il body della Nazionale maschile, oggi veste i panni dell’allenatore al seguito dell’ItalGAF. Un passaggio generazionale e professionale che descrive anche l’evoluzione di una disciplina profondamente cambiata. Dalle emozioni del primo Mondiale in Belgio nel 2001 alla responsabilità di accompagnare le giovani azzurre sulla scena internazionale, l’ex ginnasta ripercorre la propria esperienza, soffermandosi sulle prospettive della squadra italiana e sulle trasformazioni tecniche dell’artistica moderna.

«Ritrovarsi a Rotterdam sedici anni dopo, passando dalla Nazionale maschile del 2010 allo staff tecnico della femminile, rappresenta un cambiamento che non avrei mai immaginato. È un’esperienza particolarmente significativa, anche perché si tratta del mio primo Mondiale da allenatore. Sono consapevole di avere ancora molto da imparare: il ruolo è completamente diverso, ma spero che il bagaglio di esperienze maturato da ginnasta possa aiutarmi ad affrontare questa nuova responsabilità. Sarà emozionante accompagnare le ragazze in una competizione di tale importanza».

Pozzo, pluricampione italiano assoluto, scudettato con la Libertas Vercelli e atleta olimpico ad Atene, Pechino e Londra, ha seguito da vicino la prova podio dell’Italdonne, impegnata a prendere confidenza con l’arena e con le attrezzature in vista delle qualificazioni di domenica 18 ottobre. Un primo approccio positivo, pur con qualche inevitabile imprecisione, per una formazione che affianca ginnaste di maggiore esperienza ad altre ancora giovanissime. Il ritorno sulla scena iridata riporta inevitabilmente Enrico ai ricordi della propria carriera, a cominciare dall’esordio mondiale in Belgio, venticinque anni fa. Un debutto segnato da un episodio tanto insolito quanto indimenticabile.

«Ricordo perfettamente il mio debutto, a Gand, nelle Fiandre Orientali. Poco prima dell’ingresso in campo gara si verificò un blackout che durò circa un’ora e mezza. Un episodio impossibile da dimenticare, soprattutto per chi si trovava ad affrontare una manifestazione di quel peso per la prima volta. L’emozione è fortissima, ma il gruppo può rappresentare un sostegno fondamentale. In questo senso, la presenza di ginnaste più esperte come Esposito e Iorio, argento a squadre a Parigi 2024, costituisce un riferimento importante per le compagne. Gareggiare in un’arena così grande comporta inevitabilmente una notevole pressione emotiva. La difficoltà maggiore consiste proprio nel riuscire a trasformare quell’emozione in energia positiva».

Dalla pedana al bordo, lo sguardo dell’ex azzurro - sodale dei Cassina, dei Morandi, di Jury Chechi e di Alberto Busnari, senza dimenticare Ottavi, Angioletti, Coppolino, insomma una generazione di fenomeni - conserva anche una particolare attenzione per i grandi attrezzi degli uomini, che negli ultimi quindici anni hanno conosciuto una profonda trasformazione, soprattutto sul piano delle difficoltà e dell’evoluzione dei materiali.

«Continuo a seguire anche la maschile, sì, sebbene non più con la stessa assiduità di quando gareggiavo. L’evoluzione delle difficoltà è impressionante, soprattutto nella componente acrobatica, al corpo libero e al volteggio. La sbarra ha conosciuto invece una crescita differente, anche in conseguenza delle modifiche regolamentari. Ricordo le grandi note D eseguite dagli specialisti della mia epoca, come Igor, Fabian Hambüchened ed Epke Zonderland, oggi presidente del Comitato organizzatore di questa rassegna olandese. Nel complesso, però, è soprattutto l’acrobatica ad aver compiuto un salto straordinario. Per certi aspetti sembra quasi di osservare uno sport diverso».

Un progresso al quale ha contribuito in maniera decisiva anche l’innovazione tecnologica, che ha modificato le condizioni di allenamento e, di conseguenza, le possibilità tecniche degli atleti. «Anche l’evoluzione delle attrezzature ha avuto un ruolo determinante. La mia generazione ha vissuto il passaggio dalle vecchie alle nuove pedane, mentre i ginnasti di oggi sono cresciuti allenandosi su materiali già tecnologicamente avanzati, arrivati ormai a ulteriori livelli di sviluppo. Questo ha modificato anche le tecniche esecutive, contribuendo a un progresso davvero notevole». Per Pozzo, dunque, Rotterdam rappresenta molto più di un ritorno nel luogo di una precedente esperienza significativa. È l’inizio di un nuovo cammino, dall’altra parte della barricata, a bordo pedana, con la consapevolezza di chi ha vissuto in prima persona le emozioni dell’agonismo di alto livello e oggi può mettere quell’esperienza al servizio delle nuove fate della ginnastica italiana.

Ti potrebbe interessare

News correlate