Questo sito web utilizza i cookies per offrire una migliore esperienza di navigazione, gestire l'autenticazione e altre funzioni. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento, l'utente esprime il suo consenso all’utilizzo dei cookies sul suo dispositivo.

 Visualizza la Privacy Policy Approvo

Tutti i grandi dello sport lo sono diventati partendo da quella che Arrigo Sacchi chiamava la cultura della sconfitta. Un valore olimpico che oggi fa parte integrante del concetto stesso di fair play, purtroppo e troppo spesso, dimenticato. Quella che potrebbe sembrare una disfatta, agli occhi attenti del campione, assume, se ci sono i presupposti giusti, la dimensione della sfida, pronta a sbocciare nel cuore impavido del garista di razza. Ed oggi il trio azzurro, pur non riuscendo a centrare alcuna finale iridata (che sarebbe stata, nell’edizione individuale dei Mondiali di Montreal, un puro esercizio di stile personale) ha dimostrato di avere le qualità intrinseche per far germogliare il seme del riscatto, quando sarà fondamentale portare a casa il risultato, in Qatar nel 2018 e poi in Germania nel ‘19. E se due indizi fanno una prova, eccone addirittura tre.

1) Lodadio, vista sfumare, tra l’altro in modo poco comprensibile, la sua chance agli anelli (se avesse esultato dopo lo stop in uscita non avrebbe fatto una piega, tanto era stata convincente la sua prestazione) si è messo al servizio del “novellino” Galli  – come lo chiama Marco, scherzosamente – preparandogli gli attrezzi e accompagnandolo in pedana quasi non avesse avuto sei anni in più. L’amicizia tra i due nasce tra le mura dell’Accademia di Roma, e non è certo un mistero, ma la disponibilità del più anziano verso la matricola, è, senza alcun timore di smentita, uno dei significati etimologici della parola “spogliatoio”. Concetto sempre caro al Capo delegazione Rosario Pitton e che ci riporta, in letteratura, al “tutti per uno e uno per tutti” di Alexandre Dumas. Non a caso i tre moschettieri italiani hanno scelto di entrare insieme in pedana. Cosa non scontata se si pensa che Andrea avrebbe potuto approfittare di una mezz'oretta in più, nella sala di warm up, per preparare le sue evoluzioni.

2) Cingolani, una volta chiuso il triplo fuori pedana, con un ginocchio che sfiora il materassino, moralmente in piedi ma caduto per i giudici, avrebbe potuto evitare di eseguire il secondo salto, il Rosche, (il domenicano Audrys Nin Reyes, ad esempio, dopo aver finito sulla pancia il primo salto ha salutato la giuria e se n’è andato) e invece decide di provarci lo stesso per rispetto della maglia e perché lo aveva dichiarato. “Dragulescu mi ha fatto i complimenti perché aveva visto i video di Eboli – ci ha raccontato il ginnasta di Macerata - Igor Radivilov invece mi ha detto di stare tranquillo perché i miei salti sono di altissimo valore e al volteggio è molto facile sbagliare. Persino lui che vinse il bronzo a Londra nel 2012 non è riuscito a centrare l’accesso in molte finali di Coppa del Mondo, mentre qui in Canada gli è andata bene. Più si alza l’asticella e maggiore diventa il margine d’errore, però, per migliorare, ha concluso l’ucraino, bisogna gareggiare”.

3) Lorenzo Galli, la matricola del gruppo, nelle prime due rotazioni vede i compagni uscire di scena e dalla terza, alle parallele simmetriche, si rende conto di essere rimasto l’ultima speranza della rappresentativa maschile in Quebec. Chiunque, appena diciannovenne, all’esordio in una competizione mondiale, sarebbe rimasto schiacciato dalla responsabilità. Non il giovanotto dell’Eur, che con l’aiuto dei tecnici Andrea Massaro e Gigi Rocchini (e di Marco Lodadio) è arrivato ad un soffio dalla finale a 24. E visto che nella Ginnastica non si inventa nulla, pur se disarcionato sul traguardo, Lorenzo ha dato prova di saper saltare gli ostacoli anche quando sembrano insormontabili. E questo suo carattere tornerà davvero utile nella squadra che Giuseppe Cocciaro e Maurizio Allievi sono chiamati a costruire per la rassegna qualificante dell’anno venturo.

A Doha si parrà la nobilitate di questa Italia, non certo qui dove invece era importante capire se da singoli ingredienti individuali, talvolta esiziali rispetto alla ricetta, si potesse tirar fuori la portata da master chef per il futuro. “Non bisogna abbattersi perché insistendo possiamo ottenere ciò che vogliamo – ha aggiunto Cingolani - Quanto accaduto stamani poteva essere merito o colpa di ciascuno di noi, ma adesso bisogna andare avanti insieme. Io voglio lavorare su tutti e sei gli attrezzi per farmi trovare pronto, continuando sui due salti al volteggio, per togliermi magari qualche soddisfazione personale. Con Sergio Kasperskyy ci dedicheremo molto anche al corpo libero per portare punti alla squadra. A Montreal mi sono trovato male con l’attrezzatura della Gymnova e ho accusato due contratture alle gambe che mi hanno impedito di provare il triplo in allenamento, ma l’obiettivo era quello di portarlo in gara e credo di esserci riuscito. Per ora torno con gli attestati di stima e le pacche sulle spalle dei nostri avversari, sperando, con un ambiente coeso e compatto, di restituire loro, molto presto, la cortesia”.